Nel Salento le strade corrono dritte, fiancheggiate dai muretti a secco, tra macchie rosse di terra e tronchi che si avvolgono su se stessi, come fossero sculture. I venti si inseguono, si mescolano, corrono indisturbati per una terra piatta che arriva ad alzarsi solo vicino al mare, dalla parte dell’Adriatico, dopo Otranto, fino a Santa Maria di Leuca, e anche oltre. E allora lì, le strade dritte, che da Lecce portano a Gallipoli e a Porto Cesareo, a Maglie, a Otranto, e poi giù giù fino a Leùca, si fanno tortuose, costiere, a tornanti, e salgono su fino a cento metri a picco sul mare, e allargano l’orizzonte, lo spingono lontano fino alle cime dei monti Albanesi, che si rivelano d’improvviso come miraggio, e trasformano il mare in un lago smisurato, lo chiudono.
Il Salento inizia a Lecce e finisce proprio sul tacco d’Italia; spostato a Oriente come se un dio greco, per divertirsi, avesse tirato verso di sé quello stivale. Terra d’Otranto si chiamava il Salento, terra di Normanni. E la città che le dava il nome era una piccola potenza marinara affacciata sull’Oriente. A chi arrivava dal mare appariva il campanile di quella Cattedrale, dal mosaico meraviglioso, grande quanto tutto il pavimento della Chiesa; e poi dopo si poteva vedere il Castello, e la chiesa bizantina di San Pietro; e le torri per avvistare le navi nemiche. Otranto era una potenza: con i suoi monasteri basiliani, cominciando da San Nicola di Casole, a poco meno di due chilometri da Otranto. Uno dei luoghi più colti e sofisticati nell’Europa del Duecento. Lì si copiavano manoscritti preziosi, lì si parlava greco e latino, lì si approdava da Parigi come da Bisanzio.
Oggi di quel ricco monastero è rimasto soltanto un pezzo di facciata della chiesa. È completamente distrutto. Ma vedere anche soltanto quelle poche colonne lascia impressionati.
In tutto il Salento si respira un’aria particolare. Soprattutto in quei paesi che si raccolgono nella zona che va da Maglie a Leuca. Un’aria ferma, fatta anche di presenze mai ben chiarite. Terra di dolmen, di grotte preistoriche di straordinaria importanza, di luoghi che paiono magici, anche quando purtroppo sono stati distrutti da una speculazione edilizia selvaggia. Se da Lecce si prende la strada che va verso Laverano, e poi si arriva a Porto Cesareo, e se lo si fa nei mesi di giugno e di settembre ci si può trovare di fronte a uno spettacolo emozionante, con un mare che neppure le brutte case costruite sulla spiaggia possono cancellare. Luogo di dune di sabbia bianca, piccolo centro di pescatori che è riuscito a mantenere ancora una sua identità e persino un suo fascino. Più a sud c’è Gallipoli, araba e ambigua, nel senso più squisitamente letterario. Capace di avvolgersi su stessa senza compiacersene, di negarsi ai distratti, di non mostrare la sua storia a tutti ma celando i suoi conventi, i suoi palazzi, le sue chiese. Opposta a una Otranto che è più piccola, più bianca, più greca e che i turchi li ha subìti, e che le sue ricchezze invece le mostra al mondo con l’orgoglio di una città martire. E mostra ricchezze e martirio assieme. Perché le ossa di quegli ottocento decapitati dai turchi nel lontano agosto del 1480 sono ancora visibili, a tutti, dietro immense teche di vetro, in una cappella della Cattedrale.
Sono opposte Otranto e Gallipoli: mondi diversi, inconciliabili. Come opposti sono i due mari che si fondono nel Salento, l’Adriatico e lo Jonio. L’Adriatico che proprio a Otranto finisce (e non a Leuca come credono in molti), e che pare sempre agitato, e che ha colori freddi, tonalità bluastre e, chissà perché, non invoglia alla pesca. Quando soffia lo scirocco a Otranto il mare è terso, pulito. A Gallipoli e Porto Cesareo invece i vestiti aderiscono alla pelle, e l’aria profuma di salsedine. A Otranto il mare sembra un monumento, qualcosa da guardarsi, tenendosi a distanza, ma se vai poco più a sud, a Castro, dove a dispetto di tutte le cartine geografiche è già mar Jonio, del mare non puoi fare a meno. Castro è città sul mare, Otranto è città con il mare, e la differenza si sente.
Siti utili sul Salento